I piatti che raccontano Città del Capo

Bredie, sosatie, denningvleis, snoek, il gatsby. I piatti più noti di Città del Capo sono stati messi insieme in cucine tenute da persone schiavizzate, nei porti pescherecci e nelle friggitorie delle Cape Flats. Le parole si portano dietro la storia.

La risposta breve

La cucina di Città del Capo non è una cucina sola, è il registro di chi fu portato qui e di chi rimase. Il Cape Town Museum conta circa 63.000 persone portate al Capo come lavoro forzato fra il 1658 e il 1807, dal Madagascar, dall'Asia meridionale, dall'Asia sudorientale e dall'Africa orientale, e gran parte del cibo cucinato nelle case coloniali era opera loro. Il Dictionary of South African English fa risalire le parole di tutti i giorni lungo quelle rotte: bredie, sosatie, denningvleis, blatjang. Gli strati successivi vennero dal mare e dalle Cape Flats, dove gli sgomberi dell'apartheid mandarono centinaia di migliaia di persone e dove nacquero il gatsby e il salomie.

In sintesi

Persone portate al Capo come lavoro forzato
circa 63.000 fra il 1658 e il 1807 (Cape Town Museum)
Da dove venivano
Madagascar, Asia meridionale, Asia sudorientale, Africa orientale e, agli inizi, Africa occidentale (Cape Town Museum)
Fine della schiavitù al Capo
1° dicembre 1834, seguita da quattro anni di apprendistato (Cape Town Museum)
La più antica di queste parole di cucina stampata qui
bredie, nel resoconto di un viaggiatore del 1815 (Dictionary of South African English)
Origine del bobotie
per il dizionario probabilmente malese, e la storia del ricettario del 1609 non è dimostrata (Dictionary of South African English)
Primo ricettario per il grande pubblico firmato da una cuoca cape muslim
Faldela Williams, 1988 (Daily Maverick)
Etichetta contestata
cape malay, che alcuni cape muslim definiscono un termine dell'apartheid (Daily Maverick)

La cucina è stata il primo archivio

Quasi ogni piatto di questa pagina fu cucinato per la prima volta da persone che non avevano scelto di essere qui. Il Cape Town Museum registra che fra il 1658 e il 1807 circa 63.000 persone furono portate al Capo come lavoro forzato, dal Madagascar, dall'Asia meridionale, dall'Asia sudorientale, dall'Africa orientale e, nei primi anni della Compagnia olandese delle Indie orientali, dall'Africa occidentale. La sua ricerca su Leeuwenhof dà un nome a una parte di quel lavoro: Francois e Apol, entrambi mauriziani, in cucina; September di Batavia a fare scarpe; Cato e Snap, anche loro di Batavia, in giardino. La schiavitù al Capo finì il 1° dicembre 1834, con altri quattro anni di cosiddetto apprendistato.

È questo il terreno sotto le ricette. Nel capitolo Kitchen Language di Regarding Muslims (Wits University Press, 2014), Gabeba Baderoon sostiene che le immagini sgargianti della cucina cape muslim finirono per rappresentare il Capo intero, mentre la schiavitù che quel cibo aveva prodotto veniva cancellata dal quadro. Conviene tenerlo presente proseguendo. Un bredie non è una vecchia ricetta pittoresca. È quello che la gente riusciva a fare con ciò che le veniva dato.

La nostra guida su perché a Città del Capo si mangia così bene parla del clima, dei due oceani e dei ristoranti. Questa pagina parla di da dove vengono i piatti e di quali mani li hanno fatti.

Le parole lo dicono

La prova più chiara sta nel dizionario. Il Dictionary of South African English fa risalire bredie, la parola del Capo per uno stufato lento, al resoconto di un viaggiatore del 1815 secondo cui breedi significava spinacio nella lingua del Madagascar e la parola fu portata al Capo da persone schiavizzate. Il dizionario propone anche una possibile radice portoghese in bredo, una specie di amaranto mangiata come verdura. Nel 1890 Cape Cookery di A.G. Hewitt elenca bredie di zucca, di pomodoro, di cavolo e di cavolfiore, e da allora i composti hanno continuato a moltiplicarsi.

Sosatie funziona allo stesso modo. Il dizionario la porta attraverso l'olandese del Sudafrica sasaatje fino al giavanese sesate, carne allo spiedo, e la sua prima citazione al Capo è del 1833. Denningvleis è denning, adattato dal malese dendeng, strisce di carne secca speziata, più l'afrikaans vleis. Scrivendo per New Frame e per il Daily Maverick nel 2020, Ishay Govender riferisce che Fatima Sydow e Cass Abrahams fanno risalire il piatto al dengdeng di Sumatra occidentale, e che la versione del Capo si cuoce a lungo con pepe nero e tamarindo. Sydow lo chiamava il piatto che si fa quando ci sono i soldi per la carne.

Ditele ad alta voce e le rotte marittime si sentono. Bredie è più o meno BRII-di, sosatie su-SA-ti, denningvleis DEN-ning-flais.

Il bobotie, e perché nessuno dovrebbe dichiararne l'origine con sicurezza

Il bobotie, macinata speziata cotta sotto una crema salata, è il piatto più spesso definito nazionale del Sudafrica e quello più spesso spiegato male. Il dizionario è prudente: un piatto tradizionale, probabilmente di origine malese, con la parola fatta risalire all'olandese del Sudafrica boboti e probabilmente adattata dal malese bumbu, spezie da curry. La sua citazione più antica è del 1870.

La frase che incontrerete ovunque, che la prima ricetta di bobotie sarebbe stata stampata in un ricettario olandese nel 1609, non è dimostrata. Nel dizionario compare soltanto dentro una citazione del 1977, che registra che qualcuno l'ha scritto, non che sia vero. Una versione rivale fa derivare il piatto dal bobotok indonesiano, che nel piatto è un'altra cosa. La risposta di Govender è quella onesta: stabilire chi l'abbia fatto per primo è inutile, perché il cibo si muoveva in entrambe le direzioni fra i luoghi conquistati e i conquistatori. Attribuite la storia a qualcuno oppure definitela controversa, poi passate a mangiare.

Anche il nome è discusso

Cape malay non è un'etichetta neutra. South African History Online nota che al Capo malay indicava molte più persone di quelle venute dalla penisola malese, in buona parte perché il malese era la lingua franca dell'arcipelago indonesiano ed era diffuso qui. Govender riferisce che le radici della comunità stanno più correttamente in Indonesia, ad Aceh, a Sulawesi e a Giava, che non in Malesia, e cita lo scrittore Rustum Kozain, che da bambino imparò che «cape malay era un termine dell'apartheid» e che quello che contava era essere musulmani. Molte persone usano cape malay con affetto, soprattutto a proposito di cucina. Molte altre preferiscono cape muslim. In questa città si usano entrambi ogni giorno, e conviene sapere perché prima di sceglierne uno.

Conta altrettanto chi ebbe il permesso di mettere per iscritto quella cucina. Govender ricorda che solo nel 1988 Faldela Williams diventò la prima cuoca cape muslim a pubblicare per il grande pubblico, con The Cape Malay Cookbook, e che Cass Abrahams arrivò poi a definire quella cucina cibo africano nel suo libro del 1995, riconoscendo un'influenza khoekhoe che gli autori bianchi precedenti avevano ignorato.

Il mare

L'altra metà della storia gastronomica di Città del Capo arriva dalle barche. Lo snoek ha dato forma all'anno: un pesce lungo, grasso e di sapore deciso, salato ed essiccato, venduto dai carri e poi dai bakkie, annunciato per le strade quando arrivava la prima pesca della stagione.

I porti hanno una loro storia. Scrivendo per New Frame e per il Daily Maverick nel 2021, Atiyyah Khan descrive Kalk Bay come un villaggio di pescatori dove la pesca a mano si tramanda di generazione in generazione, dove attorno al 1850 arrivarono coloni filippini, e dove nel Novecento il porto cambiò tutto. Nel 1967 quasi tutta la baia fu dichiarata zona bianca, ma alle famiglie di pescatori fu concessa una proroga di quindici anni perché dovevano vivere vicino alle barche, ed è così che una parte di Kalk Bay restò mista per tutto l'apartheid. Khan riporta anche quello che i pescatori dicono oggi: le pescate sono una frazione di quelle di un tempo, e buona parte dello snoek venduto al porto arriva su camion dalla costa occidentale.

Le Cape Flats si sono fatte un cibo proprio

Nel 1950 le Cape Flats erano, come le descrive South African History Online, praticamente disabitate, attraversate da una sola strada stretta. Il Group Areas Act di quell'anno le trasformò in quella che la stessa pagina chiama la discarica, mentre le famiglie venivano sgomberate dai quartieri centrali e occidentali riservati ai residenti bianchi. Athlone, Bonteheuwel, Hanover Park, Manenberg e Mitchells Plain sono tutte in quell'elenco.

Il cibo seguì la gente. Il gatsby appartiene ad Athlone. Il salomie, una roti del Capo spessa, sfogliata e burrosa avvolta attorno a un curry e mangiata con una mano sola, appartiene ai banconi dei take-away di Wynberg, Gatesville e del Foreshore. Non sono curiosità gastronomiche. Sono il cibo di un'economia di bottega nata perché quella formale era chiusa alle persone che l'avevano costruita, la stessa economia di cui abbiamo scritto nella nostra guida alle economie delle township. Un quarto di gatsby diviso in quattro è un modo per dare da mangiare alla gente, e lo è anche un bredie allungato con le verdure, quello che Govender chiama langsouskos, cibo con abbastanza sugo da bastare per tutti.

Quello che cresce qui

E poi c'è il Capo stesso, che fornisce l'unico ingrediente che nessuno ha importato. I waterblommetjies sono le spighe di fiori di una pianta acquatica delle paludi del Western Cape e delle Cape Flats, cucinate in un bredie con carne, cipolle e patate per pochi mesi l'anno. È il piatto più locale della città e il più difficile da falsificare, perché decide la stagione.

Perché conta adesso

Città del Capo vende la propria cucina con insistenza, e la vendita tende ad appiattirla. Leggete invece le parole. Bredie viene dal Madagascar passando per le case schiaviste. Sosatie viene da Giava. Denningvleis viene da Sumatra. Blatjang viene da una pasta di gamberi malese e finisce come chutney di albicocche. Il gatsby viene da un panino fatto per quattro operai ad Athlone nel 1976. Ognuna di queste è uno spostamento di persone, quasi sempre forzato, e la cucina è dove il registro è sopravvissuto quando l'archivio non ce l'ha fatta. La lingua ha conservato le stesse ricevute, ed è la storia che raccontiamo in /it/cape-town-explained/language-history/.

Cronologia

  1. 1815 la prima citazione di bredie registra che breedi significava spinacio nella lingua del Madagascar e che la parola fu portata da persone schiavizzate (Dictionary of South African English)
  2. 1833 sosatie compare per la prima volta nella stampa del Capo, sulla Cape of Good Hope Literary Gazette (Dictionary of South African English)
  3. 1834 la schiavitù finisce al Capo il 1° dicembre, con altri quattro anni di apprendistato (Cape Town Museum)
  4. 1890 blatjang viene messa per iscritto in Cape Cookery di A.G. Hewitt (Dictionary of South African English)
  5. 1944 denningvleis entra nel registro del dizionario (Dictionary of South African English)
  6. 1950 il Group Areas Act avvia gli sgomberi che riempiono le Cape Flats, descritte da South African History Online come la discarica (South African History Online)
  7. 1967 quasi tutta Kalk Bay è dichiarata zona bianca, ma la comunità di pescatori ottiene altri quindici anni vicino alle barche (Daily Maverick)
  8. 1988 Faldela Williams diventa la prima cuoca cape muslim a pubblicare per il grande pubblico, con The Cape Malay Cookbook (Daily Maverick)
  9. 1995 Cass Abrahams definisce la cucina cape malay cibo africano in The Culture and Cuisine of the Cape Malays (Daily Maverick)

Lo sapevi?

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Rashaad Pandy racconta che il gatsby nacque come pasto per quattro operai, ad Athlone nel 1976.

Per sua stessa testimonianza, nel 1976 Rashaad Pandy del Super Fisheries di Athlone riempì una pagnotta portoghese tonda con patatine, polony e atchar per quattro operai, e uno di loro la chiamò Gatsby smash.

La storia viene da lui in persona. Rashaad Pandy, che gestiva il Super Fisheries ad Athlone, ha raccontato al Daily Maverick che andò così per caso, nel 1976. Aveva assunto quattro uomini per sgombrare un terreno e non aveva altro in casa da dar loro da mangiare, così aprì una pagnotta portoghese tonda e la riempì di patatine, polony e atchar. Uno degli operai, che tutti chiamavano Froggie, aveva visto in un cinema lì vicino il film con Robert Redford tratto da Il grande Gatsby, e diede il nome al panino. Il nome è rimasto, la pagnotta tonda è diventata un filoncino lungo, e i ripieni si sono allargati a masala steak, calamari e altro ancora. Il gatsby è ormai cibo condiviso di Città del Capo: si ordina a quarti e si divide fra amici. Va detto che questo è il racconto di Pandy, ripetuto dalla stampa per decenni, e non un documento dell'epoca. Come diceva lui, nessun altro si è mai fatto avanti.

Cibo Super Fisheries 1976 Città del Capo

Fonte: Daily Maverick: In search of Cape Town's own Great Gatsby · Wikipedia: Gatsby (sandwich)

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La cucina del Capo è nata in cucine tenute da persone che erano state ridotte in schiavitù.

Il Cape Town Museum registra che fra il 1658 e il 1807 circa 63.000 persone furono portate al Capo come lavoro forzato, dal Madagascar, dall'Asia meridionale e sudorientale, dall'Africa orientale e, agli inizi, dall'Africa occidentale. La schiavitù finì il 1° dicembre 1834.

La ricerca del Cape Town Museum su Leeuwenhof dà la misura: fra il 1658 e il 1807 circa 63.000 persone furono portate al Capo come lavoro forzato, dal Madagascar, dall'Asia meridionale, dall'Asia sudorientale, dall'Africa orientale e, nei primi anni della Compagnia olandese delle Indie orientali, dall'Africa occidentale. A Leeuwenhof i registri dicono che lavoro facesse ciascuno, fra cui Francois e Apol, mauriziani, in cucina, September di Batavia a fare scarpe, e Cato e Snap, anche loro di Batavia, in giardino. Nella tenuta nacquero venti bambini fra il 1816 e il 1833. L'emancipazione arrivò il 1° dicembre 1834, seguita da quattro anni di apprendistato forzato. Gabeba Baderoon, nel capitolo Kitchen Language di Regarding Muslims, sostiene che la figura della donna schiavizzata la cui cucina formò i gusti dei padroni sia stata trasformata in un'immagine pittoresca del Capo, mentre la schiavitù che c'era dietro veniva cancellata.

Cibo Cape Town Città del Capo

Fonte: Cape Town Museum: Enslaved Lives, Leeuwenhof · Gabeba Baderoon, Kitchen Language, in Regarding Muslims (Wits University Press, 2014)

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Al Capo koesister e koeksister sono due dolci diversi. Il dizionario mette uno sotto l'altro.

Nell'uso odierno del Capo il koesister è speziato e rotolato nel cocco, il koeksister è intrecciato e imbevuto di sciroppo. Il Dictionary of South African English elenca koesister fra le varianti grafiche di koeksister.

Chiedetelo a Città del Capo e la risposta sarà netta: il koesister è un panino morbido e speziato rotolato nel cocco grattugiato, di cucina cape malay, mentre il koeksister è una striscia di pasta intrecciata tuffata nello sciroppo ghiacciato, di cucina afrikaner. Food & Home li distingue proprio così, fino alla cannella, all'anice e al cardamomo dell'impasto del koesister. Il Dictionary of South African English non li separa. Ha una sola voce, per una ciambella attorcigliata o intrecciata, fritta e immersa in sciroppo freddo, ed elenca koesister, koesyster, koesijster e koeksuster fra le varianti grafiche di quel lemma. La citazione più antica è del 1891, nel ricettario di Hilda Duckitt, che lo classifica come dolce batavo o olandese antico, e il dizionario suggerisce che la parola possa venire dal malese kuih. Così il dizionario registra le grafie come varianti di una parola sola, mentre l'uso odierno del Capo tiene ben distinti due dolci.

Cibo Bo-Kaap Città del Capo

Fonte: Dictionary of South African English: koeksister · Food & Home: The difference between koesisters and koeksisters

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Alcune delle persone che l'etichetta descrive definiscono cape malay un termine dell'apartheid.

South African History Online osserva che al Capo malay indicava gente proveniente da ben oltre la penisola malese. Sul Daily Maverick, lo scrittore Rustum Kozain racconta di aver imparato da bambino che cape malay era un termine dell'apartheid e che l'identità che contava era musulmana.

Cape malay è l'etichetta più spesso attaccata a questa cucina, ed è contestata da alcune delle persone che descrive. South African History Online spiega che al Capo malay finì per indicare una comunità i cui antenati erano stati portati dal Madagascar, dall'India, da Ceylon, dalle Indie orientali olandesi e da ancora più lontano, in buona parte perché il malese era la lingua franca dell'arcipelago indonesiano ed era diffuso qui prima e durante l'Ottocento. La stessa pagina registra che il termine è stato rifiutato da studiosi che vi vedevano un pregiudizio razziale, mentre i sudafricani più giovani hanno spesso preferito definirsi musulmani sudafricani. Sul Daily Maverick, Ishay Govender scrive che le radici della comunità stanno più correttamente in Indonesia, ad Aceh a Sumatra, a Sulawesi e a Giava, che non in Malesia, e cita lo scrittore Rustum Kozain, che racconta di aver imparato da bambino che cape malay era un termine dell'apartheid. A Città del Capo si usano ogni giorno sia cape malay sia cape muslim.

Cibo Cape Town Le fonti non concordano Città del Capo

Fonte: South African History Online: The Cape Malay · Daily Maverick: The complex history of Cape Muslim cuisine

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Il pesce marinato serviva a conservarlo prima dei frigoriferi. Oggi dice a Città del Capo che è Pasqua.

Il pickled fish del Capo, fritto e lasciato in una salsa speziata di aceto e cipolle, è un classico pasquale nelle case musulmane come in quelle cristiane. Come sia diventato un piatto di Pasqua è discusso.

Un pesce sodo, tradizionalmente lo snoek, viene passato nel masala, fritto finché non fa la crosta, poi stratificato con cipolle sott'aceto e aceto e lasciato insaporire. A Città del Capo si mangia a Pasqua sugli hot cross buns o su panini imburrati. È associato soprattutto alla comunità musulmana della città, ed è altrettanto immancabile nelle famiglie cristiane storicamente di origine mista. Come sia diventato un piatto pasquale non è chiarito. Vittles espone due possibilità senza sceglierne una: cuoche e cuochi musulmani ridotti in schiavitù che rielaboravano l'aringa marinata dei padroni, oppure una risposta alla scarsità di pesce mentre i pescatori erano fermi per Pasqua. La sua conclusione è che la verità forse non si saprà mai e che gli abitanti di Città del Capo non ci perdono troppo tempo. Quello che il piatto porta con sé è la storia: gente colonizzata e schiavizzata che ricava qualcosa di duraturo da quello che ha.

Cibo Cape Town Le fonti non concordano Capo Occidentale

Fonte: Vittles: Cape Town Pickled Fish · Cape Town Magazine: Cape Town's Pickled fish face-off

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La storia dell'origine del bobotie si ripete ovunque e non si risolve da nessuna parte.

Il Dictionary of South African English definisce il bobotie un piatto tradizionale probabilmente di origine malese e fa risalire la parola al malese bumbu, spezie da curry. La tesi molto ripetuta di una prima ricetta stampata nel 1609 non è dimostrata.

Il bobotie è carne macinata speziata cotta al forno sotto una crema salata, ed è di solito il primo piatto che si nomina quando si parla di cucina del Capo. Il Dictionary of South African English è deliberatamente prudente. La sua voce definisce il bobotie un piatto tradizionale, probabilmente di origine malese, e fa risalire la parola all'olandese del Sudafrica boboti e boebooti, probabilmente adattato dal malese bumbu, spezie da curry, citando liste lessicali dell'olandese del Capo dell'Ottocento. La citazione più antica è del 1870. La tesi secondo cui la prima ricetta di bobotie sarebbe comparsa in un ricettario olandese nel 1609 circola largamente, ma nel dizionario appare solo dentro una citazione del 1977, che registra che qualcuno l'ha scritto, non che sia vero. Un'altra ricostruzione fa derivare il piatto dal bobotok indonesiano, che usa ingredienti diversi. Sul Daily Maverick, Ishay Govender sostiene che cercare di stabilire chi l'abbia fatto per primo è inutile, perché il cibo viaggiava in entrambe le direzioni fra i luoghi conquistati e i conquistatori.

Cibo Cape Town Le fonti non concordano Tutto il Sudafrica

Fonte: Dictionary of South African English: bobotie · Daily Maverick: The complex history of Cape Muslim cuisine

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A Città del Capo la domenica mattina è la mattina dei koesister.

Comprare i koesister la domenica mattina, dalla cucina di una vicina o dalla gastronomia all'angolo, è una lunga abitudine musulmana del Capo. Sul Daily Maverick, Ishay Govender chiama i koe'sister una tradizione domenicale creata dai cape malay, o cape muslim.

Il koesister è un appuntamento fisso della domenica nelle case musulmane del Capo: si ritira caldo da una vicina che frigge all'alba, o si compra al banco di una gastronomia del Bo-Kaap. Ishay Govender, su New Frame e sul Daily Maverick, descrive i koe'sister come una tradizione domenicale di queste parti, creata dai cape malay o cape muslim. Nella sua rubrica su Cape Town Etc del 24 settembre 2024, Gasant Abarder ricostruisce la ricetta attraverso Igshaan Higgins, curatore del Cape Muslim Heritage Museum, secondo cui cuoche cape malay ridotte in schiavitù prendevano l'impasto avanzato dei koeksister nelle case in cui lavoravano, aggiungevano spezie come anice e scorza di naartjie, lo friggevano e lo finivano con sciroppo e cocco. È il racconto di un curatore di museo, non un documento dell'epoca, e vale la pena riferirlo come suo. L'abitudine settimanale, invece, non è in discussione, e la domenica si vede ancora agli angoli delle strade del Bo-Kaap.

Cibo Bo-Kaap Città del Capo

Fonte: Daily Maverick: The complex history of Cape Muslim cuisine · Cape Town Etc: Culture eats koesisters for breakfast

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Bredie è la parola del Capo per stufato, e in Madagascar voleva dire spinacio.

Il Dictionary of South African English cita il resoconto di un viaggiatore del 1815 secondo cui breedi significava spinacio nella lingua del Madagascar e la parola fu portata al Capo da persone schiavizzate. Propone anche una possibile radice portoghese.

Un bredie è uno stufato lento, di solito di montone, cotto a lungo con verdure finché la carne non cede. Il Dictionary of South African English lo definisce così e lo data in inglese al 1815, nella traduzione di Anne Plumptre dei viaggi di Henry Lichtenstein, dove si legge che breedi significava spinacio nella lingua del Madagascar e che la parola fu portata al Capo da persone schiavizzate. Il dizionario aggiunge una seconda possibilità, dal portoghese bredo, una specie di amaranto a volte cucinata come verdura. Nel 1890 Cape Cookery di A.G. Hewitt elenca zucca, pomodoro, cavolo e cavolfiore fra le verdure da bredie, e da allora i composti hanno continuato a moltiplicarsi: tamatie bredie, green bean bredie, waterblommetjie bredie. Sul Daily Maverick, Ishay Govender descrive i bredie come langsouskos, cibo con abbastanza sugo da arrivare a tutta la tavola.

Cibo Cape Town 1815 Capo Occidentale

Fonte: Dictionary of South African English: bredie · Daily Maverick: The complex history of Cape Muslim cuisine

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Denningvleis prende il nome da dendeng, la parola malese per strisce di carne secca speziata.

Il denningvleis è agnello o montone cotto a lungo con pepe nero e tamarindo. Il Dictionary of South African English fa derivare denning dal malese dendeng e vleis dall'afrikaans, e la sua citazione più antica è del 1944.

Il denningvleis è il piatto del Capo che si cucina quando c'è qualcosa da festeggiare. Il Dictionary of South African English lo descrive come agnello o montone in salsa speziata, e spezza la parola in due: denning, adattato dal malese dendeng, strisce di carne secca speziata, e l'afrikaans vleis, carne. Le sue citazioni descrivono carne insaporita con alloro e tamarindo, e una fricassea cotta piano con foglia di alloro, stecca di cannella, macis, chiodi di garofano e un po' di noce moscata. La citazione più antica del dizionario è del 1944. Sul Daily Maverick, Ishay Govender riferisce che le cuoche Fatima Sydow e Cass Abrahams fanno risalire il piatto al dengdeng di Sumatra occidentale, e descrive la versione del Capo come agnello o montone cotto a lungo con pepe nero e tamarindo. La frase di Sydow, riportata lì, è che si mangia quando ci sono i soldi per la carne.

Cibo Cape Town 1944 Capo Occidentale

Fonte: Dictionary of South African English: denningvleis · Daily Maverick: The complex history of Cape Muslim cuisine

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Sosatie viene dalla parola giavanese per carne allo spiedo e arriva nella stampa del Capo nel 1833.

Il Dictionary of South African English fa derivare sosatie dall'olandese del Sudafrica sasaatje e in ultima istanza dal giavanese sesate, carne allo spiedo. La prima citazione al Capo è del 1833, sulla Cape of Good Hope Literary Gazette.

Un sosatie è carne a cubetti, al curry o speziata, grigliata su uno spiedo e spesso alternata a cipolla, frutta secca o grasso. Il Dictionary of South African English fa derivare la parola dall'afrikaans, prima ancora dall'olandese del Sudafrica sasaatje, e in ultima istanza dal giavanese sesate, carne allo spiedo, la stessa radice che sta dietro al satay. La citazione sudafricana più antica è del 1833, sulla Cape of Good Hope Literary Gazette, dove sasaitie compare accanto a cabobs. Citazioni successive descrivono montone e maiale infilati alternati su stecchi di bambù dopo una marinatura di cipolla, limone, zucchero di canna, tamarindo, curry in polvere e aglio, e poi grigliati su braci di legna. Una citazione del 1981 nella voce attribuisce il piatto alle donne schiavizzate, che sapevano come conservare il cibo in un clima caldo. Il dizionario registra anche un secondo significato: sosatie è il nome di una succulenta nana le cui foglie impilate sembrano carne su uno spiedo.

Cibo Cape Town 1833 Tutto il Sudafrica

Fonte: Dictionary of South African English: sosatie

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Città del Capo ha uno stufato di stagione fatto con un fiore che cresce negli invasi.

Il waterblommetjie bredie è uno stufato di carne con Aponogeton distachyos, una pianta acquatica commestibile del Western Cape. Il Dictionary of South African English data la parola in inglese al 1950.

Waterblommetjie vuol dire fiorellino d'acqua, e la pianta è l'Aponogeton distachyos, una specie acquatica commestibile delle paludi del Western Cape e delle Cape Flats. Il Dictionary of South African English la registra come apprezzata in cucina e presente nel Western Cape in primavera, mentre CapeNature indica la fioritura fra giugno e metà ottobre circa. Bredie è la parola del Capo per uno stufato lento, e il waterblommetjie bredie mette le spighe di fiori insieme a carne, cipolle e patate. La prima citazione inglese del dizionario è del 1950, in Cape Cookery di Hildagonda Gerber, e una delle sue citazioni ammette che il gusto è piuttosto insipido, il che è onesto: i fiori sono lì per la consistenza e per quello che assorbono. Un'altra osserva che liquidare il piatto, al Capo, fa nascere domande sui vostri antenati e sul vostro passaporto. È un piatto davvero stagionale, quindi se ve lo offrono a febbraio, fate qualche domanda.

Cibo Western Cape Capo Occidentale

Fonte: Dictionary of South African English: waterblommetjie · CapeNature: Aponogeton distachyos, the waterblommetjie

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Lo snoek si sala e si essicca al Capo almeno dal 1797, quando lady Anne Barnard lo mise per iscritto.

Lo snoek è il Thyrsites atun, uno sgombro serpente dei mari australi. Il Dictionary of South African English lo registra salato ed essiccato al Capo nel 1797 e annota un corno suonato per la prima pesca.

Lo snoek è un pesce lungo, grasso e di sapore deciso, e il Dictionary of South African English lo identifica come lo sgombro serpente Thyrsites atun, un pesce da tavola comune, spesso mangiato affumicato oppure salato ed essiccato. Il nome è arrivato attraverso l'olandese del Sudafrica, trasferito dalla parola olandese per il luccio europeo. La citazione più antica è di lady Anne Barnard, nel 1797, che annota come il pesce chiamato snook, salato ed essiccato, fosse fra i migliori del Capo. Una citazione del 1902 riporta lo snoek pekelaar, filetti leggermente salati ed essiccati al sole. Il dizionario registra anche lo snoek horn, il corno suonato per le strade per annunciare la prima pesca dell'anno, il che dice quanta parte della vita del Capo girasse intorno a un pesce solo. Non è una cosa delicata, e nessuno finge il contrario.

Cibo Western Cape Capo Occidentale

Fonte: Dictionary of South African English: snoek

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Persone, luoghi e musica

  • Cass Abrahams
  • Faldela Williams
  • Gabeba Baderoon
  • Ishay Govender
  • Rashaad Pandy
  • Athlone One of the Cape Flats areas the apartheid state built up as it emptied the inner city, listed by South African History Online among the townships of the Flats.
  • Bo-Kaap The neighbourhood on the slope of Signal Hill, once called the Malay Quarter, where rental houses were built for enslaved people from the 1760s and later bought and painted by the families who lived in them. It holds the Auwal Mosque, and it is one of the homes of the Malay choirs and the carnival.
  • Cape Flats La pianura sabbiosa a est del centro di Città del Capo dove lo stato dell'apartheid costruì le township in cui trasferì la gente, fra cui Athlone, Manenberg, Gugulethu, Bonteheuwel, Hanover Park, Mitchells Plain e Khayelitsha. SAHO nota che la zona ha prodotto musicisti dal jazz all'hip hop, accanto a disoccupazione di lunga durata e violenza delle bande.
  • Cape Town La città di cui questo grafo racconta soprattutto la musica. Lo studio di Denis-Constant Martin la tratta come una città creola in cui schiavitù, carnevale, musica sacra, orchestre da ballo e jazz americano hanno continuato ad alimentarsi a vicenda. L'apartheid poi tagliò la città a pezzi, radendo al suolo District Six e spingendo la gente verso le Cape Flats, e la musica si porta dietro quella storia.
  • Kalk Bay
  • Western Cape The province that contains Cape Town, Somerset West and the Cape Flats townships, and whose oldest township, according to South African History Online, is Langa.
  • Super Fisheries

Fonti

  1. Kitchen Language: Muslims and the culture of food, in Regarding Muslims: From Slavery to Post-Apartheid · Wits University Press via Cambridge Core · consultato 19 Set 2026
  2. Enslaved Lives, Leeuwenhof · Cape Town Museum · consultato 19 Set 2026
  3. The Cape Malay · South African History Online · consultato 19 Set 2026
  4. Cape Flats, Cape Town · South African History Online · consultato 19 Set 2026
  5. bobotie, n. · Dictionary of South African English · consultato 19 Set 2026
  6. bredie, n. · Dictionary of South African English · consultato 19 Set 2026
  7. sosatie, n. · Dictionary of South African English · consultato 19 Set 2026
  8. denningvleis, n. · Dictionary of South African English · consultato 19 Set 2026
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