In Memoriam · 1949-2025 Pops Mohamed
Pops Mohamed
Il Ministro della Musica
Diciotto strumenti. Più di venti dischi. Sei decenni di musica senza confini. La parabola di Ismail Mohamed-Jan, ovvero il ragazzo di Benoni che insegnò alla kora senegambiana a cantare con accento sudafricano, archiviò le musiche del Kalahari prima che si dissolvessero e si è spento sei giorni prima del suo settantaseiesimo compleanno.
4 dic 2025
padroneggiati
in studio
sul palco
Kalamazoo
Le parole che incontrerete
Il mondo di Pops Mohamed attingeva a strumenti, popoli, luoghi e a una storia politica che possono risultare poco familiari. Ecco, in chiaro, una chiave di lettura dei termini prima di addentrarsi nel racconto.
- Kora
- Arpa a 21 corde originaria dell’Africa occidentale (Senegal, Mali, Gambia). Ha l’aspetto di una zucca calabash gigante prolungata da un lungo manico ligneo lungo il quale corrono numerose corde. Si suona da seduti, con entrambi i pollici.
- Mbira
- Piccola tavola lignea dotata di lamelle metalliche che si pizzicano con i pollici. Proviene dal popolo Shona dello Zimbabwe. Detta anche pianoforte da pollice. La versione moderna semplificata, in vendita ovunque nel mondo, porta il nome di kalimba.
- Uhadi & Mrhubhe
- Due archi musicali tradizionali del popolo Xhosa, in Sudafrica. L’uhadi è collegato a una zucca cava che funge da cassa di risonanza; il mrhubhe, invece, sfrutta la bocca aperta del musicista come amplificatore. Entrambi producono melodie cantabili, ricche di armonici.
- Berimbau
- Arco musicale a corda singola proveniente dal Brasile, portato oltre l’Atlantico dagli africani occidentali resi schiavi. Oggi lo si ascolta soprattutto nella capoeira.
- Didgeridoo
- Lungo tubo ligneo a fiato originario degli aborigeni d’Australia. Vi si soffia dentro per ottenere un suono profondo e continuo, simile a un bordone.
- Khoisan
- Denominazione ombrello dei popoli indigeni originari dell’Africa australe: i San (cacciatori-raccoglitori, un tempo detti Bushmen) e i Khoi (pastori di bestiame). Vivono qui da almeno 50.000 anni.
- Kalahari
- Vasta savana semi-arida che si estende sul Botswana, su parte della Namibia e sulla provincia sudafricana del Capo Settentrionale. Ospita numerose comunità San.
- Apartheid
- Il sistema sudafricano di segregazione razziale istituzionalizzata, in vigore dal 1948 al 1994. Classificava ogni individuo in categorie razziali e imponeva alle popolazioni di « razze » diverse di vivere in quartieri separati.
- Group Areas Act
- Legge dell’apartheid promulgata nel 1950, che conferiva al governo il potere di cacciare gli abitanti dalle loro case per relegarli in quartieri assegnati per razza.
- Dorkay House
- Edificio del centro di Johannesburg dove, sotto l’apartheid, gli artisti neri provavano, insegnavano e si incontravano. Il più celebre luogo d’incontro culturale dell’epoca.
- Shebeen
- Mescita informale delle township. In origine illegale alla luce delle leggi sull’alcol dell’apartheid, fu anche il principale locale di musica dal vivo del Paese.
- SAMA
- South African Music Awards. L’equivalente sudafricano dei Grammy.
- Marabi, Kwela, Kwaito
- Tre stili popolari sudafricani distinti. Il marabi designa il jazz pianistico delle township degli anni Trenta. Il kwela rimanda alla musica di strada degli anni Cinquanta, trainata dal penny whistle. Il kwaito indica la musica da ballo delle township degli anni Novanta, affine alla house e all’hip-hop.
- Cape Malay
- Comunità di Città del Capo discendente da famiglie musulmane condotte dal Sud-Est asiatico nel Seicento e nel Settecento dai coloni olandesi, in condizione di schiavitù.
- Polistrumentista
- Musicista che padroneggia molti strumenti diversi ad alto livello, anziché specializzarsi in uno solo.
- Produttore
- In musica, colui che plasma il suono di una registrazione in studio. Sceglie i microfoni, mixa, talvolta coscrive. Un ruolo paragonabile a quello del regista cinematografico, ma per un disco.
Origini: da Benoni a Dorkay House
Ismail Mohamed-Jan nasce il 10 dicembre 1949 a Benoni, città operaia dell’East Rand sorta intorno alle miniere d’oro, una trentina di chilometri a est di Johannesburg. Il padre, musulmano, univa radici portoghesi e indiane; la madre portava lignaggi Xhosa e Khoisan. Quattro ascendenze racchiuse in una sola persona, e altrettanti mondi culturali a cui attingere. Finirà per farlo, non parlando quattro lingue, bensì suonando musica.
Il governo dell’apartheid, però, aveva idee precise su dove un simile bambino dovesse stare. Quando egli raggiunge l’adolescenza, il Group Areas Act (la legge del 1950 che dava al governo il potere di costringere le persone a lasciare i quartieri misti per i sobborghi separati per razza) ha già spinto la famiglia da Benoni a Reiger Park, allora chiamato Stertonville. Reiger Park era un sobborgo di Boksburg che il regime aveva riservato a chi l’amministrazione classificava come « coloured », ovvero persone di origini miste. Lo sradicamento si rivelò, per la musica, fortunato. Reiger Park confinava con la zona residenziale nera di Vosloorus e con i resti di un insediamento informale chiamato Kalamazoo, dove, prima dell’arrivo delle ruspe, persone di ogni classificazione razziale avevano convissuto fianco a fianco.
Il ragazzo che sarebbe diventato Pops trascorreva i pomeriggi accompagnando il padre negli shebeen dell’East Rand. I lavoratori migranti delle miniere d’oro arrivavano con le mbire e gli archi a bocca; i pianisti di jazz martellavano motivi di Count Basie su pianoforti verticali scordati; e i due mondi si incontravano in mezzo alla stessa stanza. Quell’istinto, ovvero il rifiuto di accettare che il tradizionale e il moderno fossero categorie separate, avrebbe orientato l’intera sua opera.
Fonda il suo primo gruppo, Les Valiants, a 14 anni. Il soprannome « Pops » non ha nulla a che vedere con la musica. Da ragazzo nutriva una passione per Braccio di Ferro e la sua predilezione per gli spinaci gli valse il nome del personaggio. Alcune fonti dicono che il soprannome venne proprio dall’amore per quegli ortaggi. In ogni caso, il nome d’arte gli sarebbe rimasto appiccicato per tutta la vita.
L’apprendistato decisivo avviene a Dorkay House, edificio del centro di Johannesburg dove, a dispetto dell’apartheid, gli artisti neri provavano, insegnavano e si incontravano. Lì, ancora liceale, l’adolescente Pops ascoltava il sassofonista Kippie Moeketsi (figura tutelare del jazz sudafricano a partire dagli anni Cinquanta) e osservava il giovane Abdullah Ibrahim (il pianista che il mondo intero avrebbe poi conosciuto per il brano Mannenberg) elaborare le sue idee in tempo reale. Il primo maestro di chitarra, ricorderà, era un certo Gilbert Strauss. Ai primi anni Settanta è già passato dai Les Valiants ai The Dynamics, cavalcando l’onda del Soweto Soul, lo stile incalzante di fine anni Sessanta interpretato da gruppi come The Cannibals e The Beaters (i secondi si sarebbero poi ribattezzati Harari, divenendo una delle formazioni più popolari del Paese).
Gli arnesiI diciotto strumenti
La maggior parte dei musicisti consacra una vita intera a un solo strumento. Pops Mohamed, peraltro, trattava l’intera famiglia mondiale dei cordofoni e degli idiofoni come il proprio alfabeto. In un’intervista del 2019 a Kaya 959 ne rivendicava diciotto in totale: strumenti popolari, antichi e quelli che definiva « gioielli profondamente storici giunti da ogni parte del mondo ». La scheda di Wikipedia ne elenca otto: berimbau, didgeridoo, chitarra, tastiere, kora, mbira, uhadi e mrhubhe.
Segue l’elenco ristretto degli strumenti a cui è maggiormente associato e di ciò che ne ricavava.
KoraStrumento prediletto
Arpa a 21 corde dell’Africa occidentale, suonata tradizionalmente dalle famiglie di griot mandinghi del Senegal, del Mali e del Gambia. (Un griot è un musicista-narratore di stirpe ereditaria.) Pops la adotta dalla fine degli anni Settanta. Il suo modo di suonare intreccia motivi ovest-africani, ritmi sudafricani e melodie cantabili e malinconiche di sua composizione. Confidava che la kora gli diceva « di più su chi sono » di qualsiasi altro strumento.
Mbira / Thumb Piano
Piccola tavola lignea munita di lamelle metalliche, da pizzicare con i pollici. Originaria del popolo Shona dello Zimbabwe. Pops suonava sia la versione standard a 15 note sia la più ampia Mbira dzaVadzimu, a 23 note, il cui nome significa « voce degli antenati ». Nella spiritualità Shona, le sue note vibranti sono ritenute in grado di chiamare il mondo degli spiriti.
Uhadi & Mrhubhe
Due archi musicali tradizionali Xhosa. L’uhadi è collegato a una zucca calabash cava che funge da cassa di risonanza; il mrhubhe, invece, utilizza la bocca aperta dell’interprete come amplificatore. Entrambi producono melodie squillanti e cantabili. Pops se ne fece paladino in un decennio, gli anni Novanta, in cui la maggior parte dei sudafricani di origini miste preferiva identificarsi come Cape Malay piuttosto che riconoscere le proprie radici Khoisan.
Berimbau
Arco musicale a corda singola proveniente dal Brasile, portato oltre l’Atlantico dagli africani occidentali resi schiavi. Oggi lo si ascolta soprattutto nella capoeira (la danza-arte marziale afro-brasiliana). Pops lo impiegava come strumento-ponte, per mostrare al pubblico sudafricano che le proprie tradizioni di archi musicali avevano un cugino fiorente nelle Americhe.
Didgeridoo
Lungo tubo ligneo a fiato originario degli aborigeni d’Australia. Vi si soffia ricorrendo a una particolare tecnica di respirazione, detta respirazione circolare, che consente di sostenere la nota senza interruzione. Pops lo ha aggiunto alla propria tavolozza perché il suo bordone profondo si annidava splendidamente sotto la kora e la mbira nelle sue registrazioni.
Tastiere & chitarra
I suoi strumenti di base. Sono questi che pagavano le bollette negli anni di Black Disco e di Children’s Society. Studiò poi jazz alla FUBA (Federated Union of Black Arts), scuola d’arte di Johannesburg, fra il 1979 e il 1984. Dal 1981 lavorò professionalmente come ingegnere del suono e, dal 1988, come produttore discografico.
Un polistrumentista, nel senso più pieno del termine
I cordofoni dominavano la sua tavolozza, ancorati dalla kora senegambiana e dai due archi musicali Xhosa. Frequentava tutte e cinque le grandi famiglie strumentali, un’ampiezza rara persino per i parametri della world music. Totale padroneggiato: circa 15 strumenti identificati sui 18 che rivendicava.
Una carriera in quattro atti
Una carriera di sei decenni si lascia riassumere a fatica; eppure la vita professionale di Pops Mohamed si ordina in quattro grandi capitoli: l’apprendistato degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta; gli anni di fusione con i Black Disco, sul finire dei Settanta; il decennio Novanta, quello dell’archivio Khoisan e della world music; infine, la fase del maestro anziano, indicativamente dal 2010 in poi. La cronologia che segue ne isola i punti di svolta.
Les Valiants
Fonda il suo primo gruppo, da liceale a Reiger Park. Suona chitarra e tastiere. Il repertorio è preso in prestito: Cliff Richard, The Shadows, qualunque cosa trasmettano LM Radio da Lourenço Marques e Springbok Radio in casa.
« I’m A Married Man » con i Children’s Society
Il primo successo significativo in classifica. Una pop venata di soul, lontana dal punto a cui sarebbe approdato. I proventi delle cover gli comprano il tempo di avventurarsi in territori più impegnativi.
Black Disco e « Dark Clouds »
Rashid Vally, fondatore della casa discografica jazz di Johannesburg As-Shams, presenta Pops al fiatista Basil « Manenberg » Coetzee (sassofonista il cui soprannome viene dal celebre brano di Abdullah Ibrahim a cui aveva partecipato) e al bassista Sipho Gumede. I tre formano i Black Disco. Al singolo di successo « Dark Clouds » segue un secondo album che la censura dell’apartheid li costringe a ribattezzare Night Express, dopo aver cancellato le parole « Black Discovery » dal titolo originario. La musica è in parte funk, in parte jazz, in parte soul, tutto insieme.
Movement in the City
All’indomani del moto di Soweto del 1976 (la giornata di giugno 1976 in cui studenti neri delle scuole, in protesta contro le leggi educative dell’apartheid, furono colpiti dalla polizia, che ne uccise decine), Pops forma un nuovo gruppo, Movement in the City, con il batterista Monty Weber. Il nome, dirà più tardi, era un codice per combattere il sistema. I dischi mescolano soul, funk e composizioni sempre più politiche. Inizia a studiare seriamente gli strumenti tradizionali africani, « temendo che quel patrimonio ci venisse strappato ».
Fuba School of Music
Studi formali di jazz. Dal 1981 lavora come ingegnere del suono; dal 1988, come produttore discografico. È l’apprendistato tecnico che gli consentirà in seguito di costruire le proprie sessioni in studio per le registrazioni Khoisan.
Kalamazoo
Primo disco di quella che sarebbe divenuta una serie in cinque volumi. Prende nome da un insediamento informale raso al suolo a Reiger Park, nel sobborgo di Boksburg, dove, prima degli sgomberi forzati, musicisti di ogni classificazione razziale si erano riuniti a suonare insieme. La title-track sposa due stili classici sudafricani: il marabi (il jazz pianistico delle township degli anni Trenta) e il goema (il ritmo del carnevale di Città del Capo), nello stesso modo in cui « Mannenberg » di Abdullah Ibrahim aveva fatto diciassette anni prima.
La spedizione del Kalahari
Pops organizza una missione di registrazione nel deserto del Kalahari con Ben Watkins dei Juno Reactor, il cameraman Dick Jewell e Robert Trunz, titolare dell’etichetta M.E.L.T. 2000. Registrano la famiglia !Gubi Tietei e altre comunità San alle porte di Gobabis, città al confine namibiano. Queste registrazioni costituiranno la spina dorsale del suo lavoro più importante per il decennio successivo.
Ancestral Healing vince un SAMA
L’album si aggiudica il premio FNB-SAMA per la miglior interpretazione tradizionale. Il motivo Khoisan non è più un’ossessione privata; occupa ormai il cuore dell’opera.
How Far Have We Come ?
Le registrazioni del Kalahari raggiungono la piena fioritura artistica. Su Mojo, il critico Nigel Williamson descrive l’album come « un arazzo sonoro vorticoso che evoca un istante il mondo intemporale dell’Africa rurale e l’istante successivo una pista da ballo madida che potrebbe trovarsi tanto a Londra quanto a Johannesburg ».
Pops Mohamed incontra il London Sound Collective
Un gruppo di produttori di drum-and-bass dell’East London (la drum-and-bass è uno stile veloce di musica elettronica da ballo nato nel Regno Unito negli anni Novanta) remixa le sue registrazioni tradizionali. Il risultato è uno degli album più singolari e più belli del suo catalogo. La collaborazione approda in Europa con Zena Edwards, poetessa e cantante d’origine sudafricana. Esce The Millennium Experience: Live and Unplugged in Europe.
Premio alla carriera dell’Arts & Culture Trust
Il primo grande riconoscimento alla carriera. I premi alla carriera vengono consegnati agli artisti nel tardo arco della loro attività per consacrarne l’intero percorso. L’ACT, ovvero l’Arts & Culture Trust, è uno degli organismi più rispettati del settore creativo sudafricano. Pops ha 60 anni.
Premio alla carriera dei SAMA
Alla 29ª edizione dei South African Music Awards (i SAMA sono i principali premi dell’industria musicale sudafricana, equivalenti dei Grammy), accanto al compianto Mandoza, stella del kwaito, Pops riceve la più alta onorificenza discografica del Paese.
L’ultima settimana
Il 1° dicembre, tre giorni prima della morte, fa visita al liutaio di Pretoria Bolepu Mathabatha, detto il « Kora Doctor », per far riparare la sua prima kora tradizionale. Il 4 dicembre si spegne nella sua casa di Boksburg. Il 5 dicembre, una versione rimasterizzata di Kalamazoo, Vol. 5 (A Dedication to Sipho Gumede), uscita in digitale alcuni giorni prima, diventa il suo congedo involontario.
Discografia, decennio per decennio
Pops Mohamed ha pubblicato oltre venti album in studio a proprio nome e ne ha firmati decine d’altri come sideman, produttore o ingegnere del suono. Il grafico sottostante ripercorre la sua produzione da solista e come capofila, decennio per decennio. Si noti l’impennata degli anni Novanta, il decennio della spedizione del Kalahari e di Ancestral Healing, premiato ai SAMA.
Gli anni Novanta, il decennio del raccolto
Il conteggio include LP in studio, EP e principali uscite dal vivo apparse a suo nome o in qualità di co-capofila. Sono esclusi i soli crediti di produttore, di turnista e le ristampe postume. La cifra degli anni Novanta riflette tanto la deflagrazione creativa del post-apartheid quanto la generosità inconsueta di M.E.L.T. 2000, l’etichetta londinese di world music che finanziò le registrazioni nel Kalahari.
Dischi selezionati
La spedizione del Kalahari, 1995
Se un solo fatto ha fatto sì che Pops Mohamed fosse storicamente rilevante e non semplicemente talentuoso, è il viaggio che organizzò nel deserto del Kalahari nel 1995. Da anni cercava registrazioni sul campo originali della musica San (una « registrazione sul campo » è un documento sonoro captato fuori dallo studio, là dove la musica si fa). Nulla, negli archivi esistenti, lo soddisfaceva. Finì per decidere, parole sue, che « se le persone non comprendono da dove vengono, c’è un buco nell’anima » ; e che l’unica soluzione fosse andare a fare quelle registrazioni di persona.
Viaggiò con tre compagni. Ben Watkins guidava il progetto britannico di musica elettronica Juno Reactor ; Dick Jewell, cameraman, firmava documentari; e Robert Trunz, nato in Svizzera, aveva fondato M.E.L.T. 2000, etichetta di world music con sede a Londra. Insieme raggiungono la famiglia !Gubi Tietei ai margini delle dune, alle porte di Gobabis, città posta sul confine tra Namibia e Botswana. Registrano gli anziani che suonano archi a bocca, arpe e canti di caccia, e riportano i nastri a Johannesburg e a Londra.
Ciò che Pops fece di quelle registrazioni esce dall’ordinario. La via facile sarebbe stata sovrapporvi un beat e venderle come disco da ballo Khoisan. Egli rifiutò. Su Ancestral Healing come su How Far Have We Come ? trattò i nastri sul campo come il fondamento dell’opera, costruendovi attorno cornici musicali sobrie e rispettose. La kora e le tastiere orbitano intorno alle voci San registrate, anziché soffocarle.
I volumi successivi della serie Kalamazoo, la raccolta Bushmen of the Kalahari uscita nel 2000 e la colonna sonora di San Dance, firmata nel 2021 con Dave Reynolds, attingono tutte a quei nastri originali del 1995. Per tutta la vita egli è tornato nel deserto, stringendo rapporti personali con singoli guaritori e costruttori di strumenti, e portando i musicisti San in studio come collaboratori e non come campioni etnografici.
Collaborazioni e magistero
Pops Mohamed dava il meglio di sé all’interno di un dialogo più ampio. I suoi collaboratori provenivano da ogni continente. I pochi nomi che seguono ne raccontano l’ampiezza.
Sipho Gumede
Il bassista che insegnò a Pops a definirsi musicista di jazz. La loro intesa, da Black Disco a Movement in the City e attraverso tutti e cinque i dischi Kalamazoo, si è dispiegata su tre decenni. Il quinto volume Kalamazoo, dedicato a Gumede dopo la scomparsa nel 2004, ne ha rappresentato il sigillo conclusivo.
Basil "Manenberg" Coetzee
Il fiatista il cui soprannome è nato dalla partecipazione all’iconico brano di Abdullah Ibrahim del 1974. Disse a Pops di « suonare ciò che il cuore ti dice » e trasformò le esitazioni del giovane tastierista in « Dark Clouds » dei Black Disco.
Bruce Cassidy
Il trombettista canadese che aveva militato negli Earth, Wind & Fire, la celebre formazione statunitense di funk-soul degli anni Settanta. Cassidy si è poi trasferito in Sudafrica. Il disco a due del 1997, Timeless, sposava i suoi arrangiamenti di ottoni alla kora, alla mbira e alle tastiere di Pops. La loro collaborazione è proseguita per anni.
The London Sound Collective
Produttori di drum-and-bass dell’East London, hanno remixato le sue registrazioni sul campo Khoisan. L’album del 1999, accompagnato da una tournée europea con la cantante Zena Edwards, ha fatto conoscere il suo lavoro a un pubblico dell’era rave che mai avrebbe comprato un cd di world music.
Moses Taiwa Molelekwa
Pops produsse Finding One’s Self, l’album premiato del pianista oggi scomparso. Il rapporto di magistero con i musicisti più giovani, e in particolare con i pianisti jazz sudafricani, è una vocazione che egli ha onorato fino all’ultimo, con la massima serietà.
Dave Reynolds
Suonatore di steelpan e polistrumentista nato a Trinidad. Il loro progetto comune, la colonna sonora del documentario San Dance del 2020, ha attinto nuovamente alle registrazioni del Kalahari del 1995 e rappresenta una delle prove più raffinate del Pops dell’ultimo periodo.
Sedeva inoltre nel consiglio d’amministrazione della Johannesburg Youth Orchestra Company, e si esibiva regolarmente con i suoi giovani strumentisti, incarico inconsueto per un uomo di jazz, ma coerente con la sua convinzione: il classico e il tradizionale appartengono a una sola e medesima conversazione.
Riconoscimenti e premi
FNB-SAMA Miglior interpretazione tradizionale · 1995
Per Ancestral Healing. La prima grande consacrazione professionale a testimoniare che il suo lavoro incentrato sul mondo Khoisan non era un progetto periferico, bensì occupava il cuore del nuovo suono sudafricano.
Arts & Culture Trust, premio alla carriera · 2010
Il premio alla carriera dell’ACT figura tra le più rispettate onorificenze sudafricane nel campo delle arti. Pops lo ha ricevuto per la sua musica tanto quanto per il suo ruolo di custode dei saperi indigeni.
Candidature SAMA in cinque decenni
Fra cui Kalamazoo 3, con Sipho Gumede. Dal 1995 in poi, Pops figurava regolarmente tra i candidati ai SAMA.
Premio alla carriera SAMA · 2023 Massima onorificenza
Alla 29ª edizione dei South African Music Awards, accanto al compianto Mandoza, icona del kwaito. La più alta onorificenza discografica del Sudafrica.
Eredità culturale
Che cosa lascia, Pops Mohamed, dietro di sé ? Tre elementi spiccano sopra gli altri.
1 · Un archivio vivo della musica Khoisan
I nastri del Kalahari del 1995, insieme alle decine di sessioni successive con musicisti San e Nama, costituiscono uno degli archivi privati più significativi mai messi insieme sulle musiche indigene dell’Africa australe. A differenza delle registrazioni sul campo dell’epoca coloniale, raccolte da antropologi, i nastri di Pops sono stati realizzati con il consenso, con compenso, con i nomi associati alle voci e, soprattutto, con il parere degli stessi musicisti sull’uso che del materiale si sarebbe fatto.
2 · Un nuovo posto per il musicista di origini miste
Prima di Pops, un sudafricano dalla sua formazione tendeva a essere classificato dall’industria musicale in una di due caselle: kwaito e jazz del Capo da un lato, esotismo da world music dall’altro. Egli rifiutò entrambe. Insistendo sul fatto che la sua eredità materna Xhosa-Khoisan si udiva nel suo modo di suonare quanto il suo cognome paterno indo-portoghese, ha aperto uno spazio a una generazione di artisti più giovani, da Tumi Mogorosi a Sibusile Xaba, perché occupassero il medesimo territorio ibrido.
3 · La trasmissione alla generazione successiva
Produttore di Finding One’s Self, album di Moses Taiwa Molelekwa, membro del consiglio della Johannesburg Youth Orchestra Company, partecipante al concerto Vibrations della Music In Africa Foundation nel 2020 accanto a Morena Leraba e Sibusile Xaba, Pops ha dedicato gli ultimi quindici anni della sua attività a mettere strumenti e occasioni di registrazione nelle mani dei più giovani. Molti musicisti jazz sudafricani sotto i quarant’anni hanno un aneddoto su Pops Mohamed da raccontare.
Da ascoltare e da vedere
La descrizione scritta arriva, presto, ai propri limiti. Le registrazioni qui sotto offrono una porta d’ingresso. Si parta dalla title-track di Kalamazoo, la composizione del 1990 che distilla in sette minuti l’intero suo progetto, e poi si allarghi il cerchio.
Kalamazoo (1990) · la composizione-firma
La title-track del disco del 1990, nella rimasterizzazione del 2024 pubblicata da The Orchard. La medesima composizione apre tutti e cinque i successivi volumi Kalamazoo.
One Step · Pops Mohamed e Sipho Gumede
Il videoclip ufficiale, con Pops accanto al suo bassista e sodale di lunga data, Sipho Gumede.
Naledi · con Coenie de Villiers e !Gubi
Pops alla kora e alla kalimba, accanto a Coenie de Villiers e a !Gubi, anziano Khoisan del Kalahari di 87 anni. L’incontro che riassumeva il suo progetto in miniatura.
Gli ultimi giorniLa scomparsa
Pops Mohamed si è spento nella sua casa di Boksburg la mattina del 4 dicembre 2025. Aveva 75 anni, a sei giorni dal suo settantaseiesimo compleanno. La causa del decesso non è stata confermata pubblicamente, ma da tempo egli faceva i conti con le fragilità accumulate di un corpo che invecchiava.
Tre giorni prima aveva guidato da Boksburg fino al quartiere di Atteridgeville a Pretoria per far visita al liutaio Bolepu Mathabatha, che i musicisti chiamano affettuosamente il « Kora Doctor », per far riparare la sua prima kora tradizionale. Mathabatha aveva diffuso sui social un breve video di Pops che, seduto sotto una veranda nella luce tarda dell’estate, lo ringraziava per il lavoro. Sono, queste, le ultime immagini pubbliche di lui con il proprio strumento.
Una versione rimasterizzata di Kalamazoo, Vol. 5 (A Dedication to Sipho Gumede), l’album del 2006 dedicato al suo vecchio sodale bassista ventun anni prima, era apparsa sommessamente sulle piattaforme digitali alla vigilia di un lancio ufficiale previsto per la settimana della sua morte. Si è trasformata, senza che lui lo volesse, nel suo disco d’addio.
I tributi sono giunti dalla South African Music Rights Organisation, dal ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura Gayton McKenzie e da decine di musicisti. Lascia tre figli, sette nipoti e tre pronipoti.
L’essenziale in breve
Fonti e riferimenti
Fonti primarie consultate
Voci di Wikipedia
- Pops Mohamed (scheda biografica, discografia, riconoscimenti)
- Dorkay House
- Abdullah Ibrahim
- Kippie Moeketsi
- Basil « Manenberg » Coetzee
- Moses Taiwa Molelekwa
- 29th Annual South African Music Awards
- Mbira e Kora (strumento)
- Group Areas Act, 1950
Necrologi e omaggi
- Gwen Ansell, « Pops Mohamed mixed old and new to reinvent South African music », The Conversation Africa, 5 dicembre 2025.
- Percy Mabandu, « Pops Mohamed takes his final bow », Sunday Times Lifestyle, 13 dicembre 2025.
- Mail & Guardian Friday, « Remembering Pops Mohamed », 12 dicembre 2025.
- Music in Africa magazine, « SA: Veteran multi-instrumentalist Pops Mohamed dead at 75 », 5 dicembre 2025.
- Scroll.in, « Pops Mohamed (1949-2025): South African musician defied the bounds of genre », 14 dicembre 2025.
Interviste e discografia
- Kaya 959, Mike Siluma, « Pops Mohammed on the land and the re-release of Kalamazoo », giugno 2019.
- As-Shams / The Sun Records, note di copertina dell’EP Kalamazoo, 2 luglio 2021.
- Blog Sisgwen Jazz, « Pops Mohamed and Dave Reynolds San Dance soundtrack », 3 ottobre 2021.
- HDS Entertainment, scheda artista di Pops Mohamed.
- Discogs · discografia di Pops Mohamed.
Crediti fotografici
- Ritratto principale: Pops Mohamed, 2011, dalla pagina di Wikimedia Commons File:Pops Mohamed 2011.jpg (riferimento alla voce Wikidata di Pops Mohamed Q1627532). I redattori sono invitati a verificare l’esatta attribuzione dell’autore e la licenza sulla pagina di Commons prima di ogni ripubblicazione.
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