Desmond Tutu: l’arcivescovo che combatté l’apartheid
Desmond Tutu
L’arcivescovo che contribuì a porre fine all’apartheid.
Non ricoprì mai cariche politiche né guidò alcun partito, eppure per vent’anni fu una delle voci morali più riconoscibili al mondo. Desmond Tutu predicò contro l’apartheid, vinse il Nobel per la pace, diede un nome al nuovo Sudafrica e presiedette la commissione che chiese al Paese di affrontare ciò che era stato commesso in suo nome. Negli ultimi decenni di vita rivolse poi le sue critiche al potere, compreso il movimento che lui stesso aveva aiutato a conquistarlo. Una vita letta attraverso i dati.
Minuto di statura e dalla risata fragorosa, Desmond Mpilo Tutu fu, dalla fine degli anni Settanta alla caduta dell’apartheid, la voce dei sudafricani neri più ascoltata all’estero. Salì i gradini della Chiesa anglicana, non quelli della politica, e fece del pulpito, e più tardi della talare viola da arcivescovo, una tribuna che il regime dell’apartheid faticò moltissimo a ridurre al silenzio. Nel 1984 ricevette il premio Nobel per la pace, fu il primo nero a guidare la sua Chiesa nell’Africa australe e, alla fine del dominio della minoranza bianca, presiedette al tentativo del Paese di fare i conti con il proprio passato.
Morì a Città del Capo il 26 dicembre 2021, a 90 anni. Questo ritratto ne ripercorre la vita in quattro tempi: la formazione dell’uomo di Chiesa, il ruolo nella caduta dell’apartheid, la Commissione per la verità e la riconciliazione che presiedette e il lungo confronto con il potere che proseguì dopo il 1994. Dove ci sono numeri, li utilizza. Buona parte di ciò che lo rese efficace, una voce morale tenace e mai intimidita, non si lascia tuttavia ridurre a una cifra, e questo articolo non lo nasconde.
Nato vicino a Johannesburg nel 1931, Tutu si formò come insegnante, lasciò la cattedra per protesta contro l’istruzione di serie B che l’apartheid riservava ai bambini neri e nel 1960 fu ordinato sacerdote. Alla guida del Consiglio sudafricano delle Chiese divenne una delle voci di punta a favore delle sanzioni contro l’apartheid, e nel 1984 vinse il premio Nobel per la pace. Nel 1986 fu nominato arcivescovo di Città del Capo. Dopo il 1994 coniò l’espressione «nazione arcobaleno» e presiedette la Commissione per la verità e la riconciliazione, che offriva l’amnistia ai responsabili dei crimini in cambio di una confessione pubblica e completa. Non smise mai di prendere posizione, dallo scontro con l’ANC al caso del visto negato al Dalai Lama, dai diritti degli omosessuali al diritto di morire, e rimase una figura morale di statura mondiale fino alla morte, nel 2021.
Da una scuola missionaria alla cattedra arcivescovile
Tutu nacque nel 1931 a Klerksdorp, nell’attuale provincia del Nord Ovest, da un padre insegnante e da una madre che lavorava come domestica. Sognava di fare il medico, ma non poteva permettersi gli studi: ripiegò così sull’insegnamento, finché non si dimise per protesta contro il Bantu Education Act, la legge che imponeva ai bambini neri un’istruzione volutamente impoverita, pensata per avviarli alla servitù. Si rivolse allora alla Chiesa e nel 1960 fu ordinato sacerdote anglicano.
La sua ascesa fu rapida. Nel 1978 era già il primo segretario generale nero del Consiglio sudafricano delle Chiese, un incarico che gli offrì una tribuna nazionale e internazionale. La usò per condannare l’apartheid e, senza giri di parole, per chiedere ai governi stranieri di imporre sanzioni economiche a Pretoria. Quella presa di posizione irritò i leader occidentali e buona parte del Sudafrica bianco, e in patria fece di lui un bersaglio. Nel 1984 il comitato del Nobel gli assegnò il premio per la pace per il ruolo svolto in una campagna non violenta contro l’apartheid, una scelta che, per il momento in cui arrivò, riportò l’attenzione del mondo sul Sudafrica. Nel 1985 divenne il primo vescovo anglicano nero di Johannesburg e nel 1986 il primo arcivescovo nero di Città del Capo, a capo della sua Chiesa in tutta l’Africa australe.
Con l’ANC messo al bando e i suoi dirigenti in carcere o in esilio, la Chiesa era una delle poche istituzioni guidate da neri che il regime dell’apartheid non poteva semplicemente dichiarare fuorilegge. Tutu sfruttò con piena consapevolezza quel riparo: fece di omelie, funerali e viaggi all’estero un atto d’accusa continuo contro il sistema e impostò la battaglia in termini morali, rendendo difficile ai governi occidentali continuare a voltarsi dall’altra parte.
La nazione arcobaleno e la sua Commissione per la verità
Quando nel 1994 il Sudafrica andò alle sue prime elezioni democratiche, Tutu trovò un’immagine destinata a restare: la «nazione arcobaleno», un solo Paese fatto di molti colori. Erano parole di speranza in un momento fragile, e finirono per entrare nel racconto che il Sudafrica faceva di sé. Il compito più arduo arrivò l’anno seguente. In base alla legge per la promozione dell’unità nazionale e della riconciliazione, il nuovo governo istituì la Commissione per la verità e la riconciliazione per affrontare le gravi violazioni dei diritti umani commesse tra il 1960 e il 1994, e Nelson Mandela chiese a Tutu di presiederla.
Il patto su cui si reggeva la commissione era insolito, e del tutto intenzionale. Anziché puntare su processi di massa, offriva a chi aveva commesso crimini per motivi politici una via verso l’amnistia, ossia l’immunità dall’azione penale, a una sola condizione: rivelare pubblicamente e per intero ciò che aveva fatto. Le vittime, dal canto loro, potevano raccontare la propria storia in udienze trasmesse in diretta e seguite dall’intera opinione pubblica. Nel corso dei lavori la commissione raccolse oltre 21.000 deposizioni di vittime, e le testimonianze erano spesso al limite del sopportabile. Tutu, che presiedeva le sedute, talvolta pianse al banco della presidenza.
La commissione divide ancora, e con lei Tutu. Per i sostenitori è un modello studiato in tutto il mondo, un modo per una società lacerata di fissare una memoria condivisa del passato senza ripiombare nel conflitto. Per i critici fu un patto che comprò la pace a spese della giustizia. Alcune famiglie delle vittime, a cominciare da quella dell’attivista assassinato Steve Biko, obiettarono che barattare l’amnistia con la testimonianza negava loro la possibilità di ottenere giustizia in un’aula penale. Altri lamentarono che gli architetti dell’apartheid se l’erano cavata senza conseguenze serie, mentre uomini di grado inferiore confessavano e tornavano in libertà.
Tutu si difendeva sostenendo che una nazione appena arretrata dall’orlo della guerra civile non poteva permettersi processi sul modello di Norimberga, e che un resoconto pubblico e onesto avrebbe forse consentito agli ex nemici di vivere nelle stesse strade. Se sia stata saggezza conquistata a caro prezzo o un compromesso troppo generoso non è mai stato stabilito, e le promesse rimaste incompiute della commissione, sulle riparazioni e sul perseguimento di chi si era visto negare l’amnistia o non l’aveva mai chiesta, tengono la questione aperta fino a oggi.
La verità in faccia al potere, senza risparmiare i suoi
A distinguere Tutu da tanti eroi della lotta fu il fatto che la liberazione non lo ammorbidì. Dal pulpito aveva criticato il governo dell’apartheid; dopo il 1994 rivolse la stessa franchezza contro il movimento che aveva contribuito a portare al potere. Attaccò l’ANC per la corruzione e l’arricchimento personale, si scontrò con il presidente Thabo Mbeki sul rifiuto del governo di riconoscere il legame tra HIV e AIDS, nel pieno di un’epidemia che uccise centinaia di migliaia di persone, e avvertì che un partito reso arrogante dal potere rischiava di fare la fine del governo che aveva sostituito.
La rottura divenne aperta nel 2011, quando il Sudafrica, sotto pressione della Cina, non concesse al Dalai Lama il visto per partecipare ai festeggiamenti per il compleanno dello stesso Tutu. Furioso, l’arcivescovo disse che avrebbe pregato per la caduta di un governo che un tempo aveva contribuito a eleggere. Si batté per i diritti degli omosessuali quando quasi nessun alto esponente del clero osava farlo, dichiarando che avrebbe rifiutato un paradiso omofobo, e a 85 anni sostenne pubblicamente il diritto a morire con dignità, contro l’insegnamento della sua stessa Chiesa. Con The Elders, il gruppo di grandi personalità fondato insieme a Mandela nel 2007, si spese sui dossier del Darfur e del Medio Oriente, e la sua disponibilità a paragonare la condizione dei palestinesi all’apartheid gli valse tanto convinti consensi quanto aspre critiche.
Lo scontro con l’ANC
Denunciò la corruzione e il negazionismo del governo Mbeki sull’AIDS, e disse che avrebbe pregato per la caduta di un partito che lui stesso aveva aiutato a vincere.
Un visto negato
Quando nel 2011 Pretoria bloccò il visto al Dalai Lama per non irritare Pechino, Tutu giudicò quel comportamento peggiore di quello del governo dell’apartheid.
Il paradiso che avrebbe rifiutato
Si batté per l’uguaglianza delle persone LGBTQ decenni prima della maggior parte del clero, affermando che non avrebbe potuto adorare un Dio omofobo.
La rottura con la Chiesa
Alla vigilia degli 85 anni si schierò a favore della morte assistita per i malati terminali, in contrasto con la sua stessa tradizione.
Non avendo mai ricoperto cariche né aderito a una fazione, Tutu poteva rivoltarsi contro chiunque. Quell’indipendenza era la fonte della sua autorità e il motivo per cui, prima o poi, finì per irritare quasi tutti i potenti, dai ministri dell’apartheid all’esecutivo della liberazione che ne prese il posto. Anteponeva la coerenza morale alla lealtà politica: per questo godeva di fiducia e, a tratti, suscitava risentimento.
Onorificenze, la morte e i conti ancora aperti
Le onorificenze si susseguirono: la Medaglia presidenziale della libertà degli Stati Uniti nel 2009, il riconoscimento della Fondazione Mo Ibrahim nel 2012 per la sua abitudine, coltivata una vita intera, di dire la verità in faccia al potere, il Premio Templeton nel 2013 e una lunga serie di lauree honoris causa. Nel 1997 gli era stato diagnosticato un tumore alla prostata, con cui convisse per quasi un quarto di secolo, ritirandosi gradualmente dalla vita pubblica a partire dal 2010 circa, senza mai ridursi del tutto al silenzio. Quando morì, il 26 dicembre 2021, giunsero omaggi da capi di Stato, leader religiosi e semplici cittadini sudafricani; per sua espressa volontà il funerale fu austero, con la bara più economica disponibile e, al posto della cremazione, un’alternativa ecologica.
Eppure i conti con il passato che aveva guidato non furono mai chiusi del tutto. Le riparazioni alle vittime che avevano testimoniato arrivarono a rilento e furono di gran lunga inferiori a quanto raccomandato dalla commissione, e quasi nessuno dei casi da essa trasmessi alla giustizia penale fu mai perseguito. Nel gennaio 2025, a oltre vent’anni di distanza, un gruppo di sopravvissuti e di familiari delle vittime si è rivolto alla Corte costituzionale, sostenendo che i governi succedutisi avevano deliberatamente insabbiato quelle indagini. Tutu non ha fatto in tempo a vedere il ricorso, che tuttavia rientra nel bilancio, tuttora in sospeso, della commissione da lui presieduta, e alla discussione sul fatto che la verità senza giustizia potesse mai bastare.
Qualunque giudizio si dia della Commissione per la verità, Tutu esercitò un’autorità puramente morale, conquistata e non conferita, con un’efficacia che forse nessuno, nella sua epoca, ha superato. Contribuì a fare dell’apartheid una questione che il mondo non poteva ignorare, diede alla transizione il linguaggio del perdono e poi insistette, con scomoda ostinazione, perché gli stessi criteri valessero anche per chi aveva vinto.
Verità, perdono e un conto rimasto aperto
Non aveva un esercito, né un partito, né un incarico di governo, eppure cambiò il suo Paese, soprattutto rifiutandosi di tacere.
Il merito di Tutu fu quello di dare a una lotta politica un vocabolario morale, e poi pretendere che quel vocabolario vincolasse i vincitori con la stessa forza dei vinti. La commissione che guidò resta controversa, lodata come modello di transizione pacifica e criticata per i processi a cui rinunciò in cambio, e le sue promesse mancate sono oggi di nuovo in tribunale. Chiese a un Paese martoriato di scegliere il riconoscimento dei torti anziché la vendetta, e per un certo tempo così fu. Se sia bastato è la domanda che la sua vicenda continua a tenere viva, ed è una parte importante della sua eredità.
Fonti e approfondimenti
Ogni dato di questo ritratto può essere verificato nelle fonti qui sotto, raggruppate in base all’uso che ne è stato fatto. Tutti i link si aprono in una nuova scheda.
Commissione per la verità e la riconciliazione
- South African History Online: la TRCDati sulle amnistie usati nel grafico: 7.112 domande, 849 accolte, 5.392 respinte. Mandato, comitati e legge del 1995.
- Facing History & Ourselves: la giustizia di transizione in SudafricaConferma gli esiti delle domande di amnistia e la scelta di non celebrare processi sul modello di Norimberga.
- Britannica: Commissione per la verità e la riconciliazioneOltre 21.000 deposizioni di vittime, 17 commissari, il mandato esteso al periodo dal 1960 al 1994.
- Participedia: la TRC sudafricanaLe condizioni per l’amnistia e le riparazioni raccomandate dalla commissione.
- Yale Law School: archivio della TRCTrascrizioni delle udienze, domande di amnistia e la serie televisiva della SABC.
Vita, onorificenze e carriera
- Nobel Prize: il premio per la pace 1984La motivazione, che cita il suo ruolo nella campagna non violenta contro l’apartheid.
- Nobel Prize: Desmond Tutu, schedaIl contesto del riconoscimento, Albert Luthuli e la linea della non violenza.
- Britannica: Desmond TutuNascita, studi, carriera ecclesiastica, libri, Medaglia presidenziale della libertà, premio Mo Ibrahim, Premio Templeton.
- Academy of Achievement: l’arcivescovo Desmond TutuThe Elders, la missione in Darfur e la Medaglia della libertà del 2009.
- University of Johannesburg: premi, onorificenze ed eredità di TutuCronologia di onorificenze e riconoscimenti.
- CNN Fast Facts: Desmond Tutu (tramite KRDO)Cronologia con le date, compresa la disputa del 2011 sul visto al Dalai Lama e l’articolo d’opinione del 2016 sul diritto di morire.
Eredità e questioni irrisolte
- JusticeInfo: «A South African betrayal»Il ricorso presentato nel gennaio 2025 alla Corte costituzionale da sopravvissuti e familiari per i procedimenti penali legati alla TRC rimasti bloccati.
- Georgetown Law Library: guida alla ricerca sulla TRCDove trovare il rapporto ufficiale della TRC in più volumi e altri studi.
Questo articolo è stato realizzato con l'ausilio dell'IA e rivisto e verificato da persone.
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